mercoledì 10 febbraio 2016

Stephen King, 'salem's Lot



'salem's Lot è un piccola città del New England con la sua parte di pettegolezzi, tipi strambi e gente perbene. Naturalmente non mancano storie di strani accadimenti, ma non più di quelle che si sentono in altre località del genere.
Ben Mears, uno scrittore di discreto successo, vi fa ritorno per scrivere un romanzo basato sugli anni della sua gioventù e per esorcizzare le paure che lo hanno tormentato sin dall'infanzia. Assistette a qualcosa di tremendo nella casa ora occupata da un nuovo residente, un uomo che crea a Ben un certo disagio mentre nuove cose incominciano ad accadere: un bambino scompare, un cane viene brutalmente ucciso — niente di insolito, se non fosse che la lista incomincia a crescere.

(Sinossi liberamente tradotta dal retro della mia edizione.)

'salem's Lot (in italiano Le noti di Salem) è il secondo romanzo di Stephen King, iniziato a scrivere nel 1972 e pubblicato nel 1975. Prima di presentarlo ufficialmente a quella che era la sua casa editrice di allora, King lo sottopose al proprio redattore che se ne uscì con due grandi verità: la prima è che il romanzo poteva essere visto come una sorta di Payton place con i vampiri; la seconda è che, se fosse stato pubblicato, King sarebbe stato bollato come scrittore horror. E se questa non è preveggenza...

Dopo aver concluso I am legend di Richard Matheson in una edizione che riportava una postfazione proprio di Stephen King, 'salem's Lot entrò nella mia lista di libri da leggere. Mentre macinavo le centinaia e centinaia di pagine del romanzo di King, mi chiedevo se e fino a che punto l'autore potesse essere stato influenzato dall'opera di Matheson. Credo, alla fine, di aver trovato una connessione tra Robert Neville (eroe di I am legend) e Ben Mears: entrambi non possono fare a meno di continuare a combattere o resistere, seppure arrivino a questa conclusione in modi e in tempi diversi.

Per il resto è molto probabile che King abbia tratto gran parte dell'ispirazione per scrivere 'salem's Lot da quelle letture che lui stesso cita in postfazione, dalla folgorazione per Dracula mischiata alla «spazzatura» (cito la madre dello scrittore) fatta di fumetti violenti, senza dimenticarsi di Grace Metalious.

Non mancano temi deprimenti e agghiaccianti come quello del male come taint, macchia e contaminazione da cui non ci si può liberare; così come quello del blood will out, espressione britannica e non americana, ma che rende bene l'idea che la famiglia (e l'ambiente) da cui sei stato originato finiranno sempre per emergere e costituire i tratti predominanti della tua natura.

Mio primo King. Un parto, lo confesso, e non so ancora quando e se prenderò in mano un altro lavoro di questo famosissimo autore americano. Mi ha intrigata, ma non mi ha lasciata a bocca aperta. Suggerimenti? Consigli? Opinioni?

See you soon cyberspace cowboy.

Bibliografia e URL:
Stephen King, 'salem's Lot, London, Hodder, 2011
Ho scritto di I am legend di Richard Matheson qui: http://ludo-ii.blogspot.co.uk/2015/02/un-assaggio-di-quello-che-ho-letto.html 

lunedì 1 febbraio 2016

La cattività londinese di Canaletto

C'è sempre qualcosa di nuovo da imparare e, di recente, ho scoperto che il pittore veneziano Giovanni Antonio Canal, detto Canaletto, trascorse del tempo in Inghilterra. Londra divenne, infatti, la sua residenza principale dal 1746 al 1755.



Un titolo decisamente altisonante per una mostra che documenta parte dell'opera di Canaletto in Inghilterra, attività indirizzata a celebrare quella parte della 'nazione' che, dopo che i francesi avevano iniziato a organizzare un esercito per riportare i giacobiti sul trono inglese, aveva completamente cessato di visitare il continente e, quindi, l'Italia nel corso del Grand Tour. Anche a Venezia, infatti, la gran parte degli introiti del Canaletto proveniva da danarosi inglesi che desideravano riportare in patria le vedute della celebre città italiana, quando le commissioni non arrivavano direttamente dalle Isole britanniche da parte di coloro che volevano far credere di aver visitato l'Italia.

Un paio di anni dopo l'arrivo dell'artista italiano, il pericolo giacobita era svanito (Trattato di Aix, 1748) e l'Inghilterra si preparava a vivere un periodo di pace (e di relativo benessere,) mentre gli inglesi incominciarono a sviluppare un forte orgoglio nazionale. Orgoglio che diede vita a opere come il Messiah di George Frideric Handel (naturalizzato inglese) e Rule Britannia di Thomas Arne (maestro e amico, tra l'altro, di Charles Burney, padre della scrittrice Frances,) e, sul fronte edilizio, come il Westminster Bridge progettato dall'architetto svizzero Charles Labelye. Quale terreno più fertile per Canaletto che era stato invitato a Londra proprio per dipingere Westminster Bridge?

Se Canaletto celebrò l'Inghilterra e, in particolar modo, i suoi committenti, gli inglesi hanno trovato il modo di auto-celebrarsi attraverso Canaletto con questa piccola mostra itinerante in tre tappe: Compton Verney (Warwick, Warwickshire), Holburne Museum (Bath, Somersetshire), Abbot Hall (Kendal, Cumbria.)



Se un giorno d'inverno una viaggiarice
 
Abbot Hall, Kendal


Non potevo, naturalmente, farmi sfuggire l'occasione di visitare questa esposizione alla sua ultima fermata, visto che era proprio nella mia remota contea (mai visitata, per altro, da Giovanni Antonio Canal.)

Fu così che in una mattina di inverno, in una Kendal innevata, mi sono recata alla Abbot Hall, piena di curiosità...

Ho accennato sopra al fatto che Canaletto decise di attraversare la Manica a causa del Westminster Bridge. Tra i fautori e finanziatori di questa grande opera di ingegneria c'era Sir Hugh Smithson (successivamente primo Duca di Northumberland,) che invitò l'artista italiano in Inghilterra per dipingere il ponte, così da poter celebrare se stesso e il proprio contributo alla crescita della metropoli londinese.

Westminster Bridge ha finito per diventare il soggetto più frequente nell'attività londinese di Canaletto.

Canaletto, London. a view through an arch Westminster Bridge, 1750 ca,
Royal Collection Trust/©Her Majesty Queen Elizabeth II 2015

Nei disegni e nei dipinti di Westminster Bridge, così come di Londra, Canaletto non manca di abbellire i propri soggetti, modificandone forme e decorazioni e aumentandone le dimensioni falsandone la prospettiva. Da sottolineare, poi, che il pittore non riesce a fare a meno di guardare a Londra con occhio italiano, veneziano. Se si mettono a confronto i suoi lavori con quelli di contemporanei inglesi, si noterà che l'uso della luce, quindi la luminosità complessiva, differisce nelle vedute dell'uno rispetto a quelle degli altri. Ancor più interessante è che Canaletto dimostra di non interessarsi e non conoscere i soggetti umani che vengono a occupare i suoi lavori: gli capita di fare un uso casuale di barche e soprattutto dei barcaioli che le occupano, mentre gli artisti locali li ritraggono, per esempio, mentre svolgono le proprie mansioni, quelle di cui era testimone ogni giorno l'abitante di Londra. 

Samuel Scott, An arch of Westminster Bridge, 1751 ca, ©Tate

Ciò non toglie che l'arrivo di Canaletto sul panorama londinese abbia lasciato, in qualche modo, un segno nella comunità artistica, a incominciare dalle sue raffigurazioni ariose della metropoli che ispirano i locali a rappresentare la Londra dei grandi spazi, fino ad arrivare a reinterpretazioni stravaganti...

Canaletto, London: the Thames from Somerset House Terrace
towards the City
, 1750-51 ca, Royal Collection Trust/©Her Majesty
Queen Elizabeth II

William Marlow, The London riverfront from Westminster to the
Adelphi
, 1771-72,
© Museum of London



William Marlow, Capriccio: St Paul's and a
Venetian canal
, 1795 ca, ©Tate
La 'cattività' londinese di Canaletto si caratterizzò soprattutto nella rappresentazione di grandi opere architettoniche, quali il già citato Westminster Bridge, il Greenwich Hospital (completato nel 1742) e la New House of Guards (completata nel 1759), ma esistono anche delle tele raffiguranti parchi e giardini, noti all'epoca soprattutto per gli svaghi mondani che offrivono. Ne è un esempio il quadro della passeggiata ai Vauxhall Gardens:

Canaletto, The grand walk in Vauxhall, 1751 ca, © Compton Verney

E i Vauxhall gardens dovrebbero essere familiari a tutti coloro che apprezzano la letteratura georgiana o i romanzi ambientati nel periodo georgiano. Si trovano in Cecilia della citata sopra Frances Burney, così come in tantissimi e più recenti romance e commedie di maniera le cui trame si dispiegano nel periodo regency.

Pongo fine al post, scrivendo che l'esposizione alla Abbot Hall mi ha permesso di scoprire qualcosa di nuovo, anche se, purtroppo, le opere in mostra erano davvero pochine.

See you soon cyberspace cowboy.  

Bibliografia e URL:
Celebrating Britain. Canaletto, Hogarth and patriotism, ed. by Steven Parissien, London, Paul Holberton, c2015
Pagina dedicata alla mostra sul sito della Abbot Hall: http://www.abbothall.org.uk/exhibitions/canaletto-celebrating-britain
Sito della galleria Compton Verney: http://www.comptonverney.org.uk/ 
Sito dell'Holburne Museum: http://www.holburne.org/ 
Sito della Abbot Hall: http://www.abbothall.org.uk/  

lunedì 4 gennaio 2016

Tra Natale e nuovo anno

Non ingrassare durante le festività si può...
... basta subire l'estrazione di un dente del giudizio! Eh sì, perché proprio il 23 dicembre sono finita sotto i ferri del dentista e, da quel giorno per circa una settimana, mi sono nutrita di frullati, yogurt e succhi di frutta. Se la maggior parte delle persone iniziano la dieta con il nuovo anno, io ho, al contrario, incominicato a mangiare a quattro palmenti con l'inizio del 2016. Solo adesso sto tentando di rientare nei ranghi, così da non deprimermi quando sarà il momento di provare il classico paio di jeans particolarmente inclemente nel sottolineare i 'difettucci'.

Nutrirsi di letteratura
Non avrò banchettato in maniera tradizionale nei giorni passati, ma ho comunque masticato della narrativa.

Seth Grahame-Smith, La bugia di Natale. Questa potrebbe essere la più grande verità mai svelata
Dopo aver trasformato Abramo Lincoln in un cacciatore di vampiri e Orgoglio e pregiudizio in una zombie-story, con questo romanzo Seth Grahame-Smith ci conduce nel primo secolo dopo Cristo. quando il mondo è dominato dall'imperatore Cesare Augusto ed Erode il Grande, un re fantoccio corrotto e assassino, spadroneggia in Galilea. Il loro potere, però, è messo in pericolo dal cinico e feroce Balthazar, che ha giurato vendetta contro tutti i Romani divenando il leggendario "Fantasma di Antiochia", flagello dell'Impero. Sfuggito all'ennesima condanna a morte, Balthazar si ritrova davanti a una povera mangiatoia ale porte di Betlemme insieme a due improbabili compagni di viaggio. L'incontro con una giovane ragazza chiamata Maria, il suo devoto compagno Giuseppe e il loro figlio appena nato cambierò per sempre il suo destino.

Anche se il tempo delle grandi inondazioni e delle creature magiche è finito, la lotta fra il bene e il male continua. È l'inizio di un'avventura che vedrò questa singolare compagnia combattere contro eserciti nemici e forze occulte, fronteggiare morti che si risvegliano e assistere a incredibili miracoli, nel tentativo di salvare un bambino davvero speciale e  nella disperata speranza di ritrovare un pendente misteriosamente scomparso.

(Sinossi riportata sul retro della mia edizione.)

Prima cosa da sottolineare è che la sinossi è imprecisa: il romanzo è ambientato quasi interamente alla fine del I sec. a.C e non nel I sec. d.C.; scrivere, poi, che Erode spadroneggia in Galilea è fuorviante e sarebbe meglio parlare di Giudea.

Proseguiamo con alcune caratteristiche intrinseche del racconto e ci accorgiamo di un utilizzo di ore e metri come se piovessero. Visto che il libro mi è, in generale, piaciuto, sarebbe stato meglio iniziare a scrivere di qello che ho apprezzato, ma non ho resistito: non posso fare a meno di sottolineare che Grahame-Smith fa un uso condannabile di sistemi di misurazione moderni, e per il tempo e per lo spazio... che orrore per una storia che si ambienta, per lo più, nella Giudea nel 2 a.C. Altra americanata è il giudizio negativo che, per quanto cerchi di celarlo, l'autore fa percepire forte e chiaro nei confronti dell'uso della violenza da parte 'dei cattivi' e di certi costumi che, all'epoca, non erano affatto inusuali o considerati sconvenienti o necessariamente amorali.

Per il resto La bugia di Natale è stata la lettura ideale da portare avanti tra Natale e capodanno. Trattasi di una rivisitazione della storia della nascita di Gesù, della visita di quelli che sono passati alla tradizione come i Re Magi e della fuga in Egitto della Sacra Famiglia per sfuggire alla strage degli innocenti ad opera di Erode.

La storia narrata da Grahame-Smith è niente affatto dissacrante, come un po' mi aspettavo, piuttosto ci rende estremamente umani i personaggi che, insieme agli eventi che hanno mosso, sono divenuti parte di noi, della nostra cultura o, quanto meno, del nostro sostrato culturale.

Il protagonista, Balthazar (Baldassarre), è credibile e un eroe ben costruito, a cavallo tra buono e cattivo, con qualche pregio, tanti difetti e una certa integrità, benché si tratti di onestà del farabutto (giusto per essere antitetici.)

Interessante il personaggio di Maria: quindicenne, già adulta per i canoni di allora, eppure così giovane, con poca esperienza sulle spalle, una scarsa conoscenza del mondo, ma madre del messia.

Libro consigliato, magari da leggere di corsa durante questa ultima settimana, che porterà la conclusione delle festività natalizie.  

Massimo Gramellini e Chiara Gamberale, Avrò cura di te
Gioconda detta Giò ha trentasei anni, una storia familiare complicata alle spalle, un'anima inquieta per vocazione o forse per necessità e un unico, grande amore: Leonardo. Che però l'ha abbandonata. Smarrita e disperata, si ritrova a vivere a casa dei suoi nonni, morti a distanza di pochi giorni e simbolo di un amore perfetto, capace di fare vincere la passione sul tempo che passa: proprio quello che non è riusicto al suo matrimonio. Ma una notte Giò trova un biglietto che sua nonna aveva scritto all'angelo custode, per ringraziarlo. Con lo sconforto, e con il coraggio di chi non ha niente da perdere, Giò ci prova: scrive anche lei al suo angelo. Che, incredibilmente, le risponde. E le fa una promessa: avrò cura di te. Poi rilancia. L'angelo non solo ha una fortissima personalità, ma ha un nome: Filèmone, e una storia. Soprattutto ha la capacità di comprendere Giò come Giò non si è mai compresa. Di ascoltarla come non si è mai ascoltata. Nasce così uno scambio intenso, divertito, commovente, che coinvolge anche le persone che circondano Giò: il puntiglioso ex marito, la madre fricchettona, l'amica intrappolata in una relazione extraconiugale, una deflagrante guida turistica argentina, un ragazzino che vuole rinchiudersi in una comune... Grazie a Filèmone, voce dell'interiorità prima che dell'aldilà, Giò impara a silenziare la testa e gli impulsi, per ascoltare il cuore. Ne avrà davvero bisogno quando Filèmone la metterà alla prova, in un finale soprendente che sembrerà confondere tutto. Ma a tutto darà un senso.

(Sinossi riportata in seconda di copertina.)


La sinossi che si trova sulla sovracoperta, anche in questo caso, tende a essere imprecisa e un po' fuorviante. C'è da chiedersi se è passata sotto l'occhio revisore di qualcuno che il libro — effettivamente — l'ha letto. Sì, perché temo che il compilatore abbia scorso il romanzo di Gramellini e Gamberale in velocità o, magari, si sia limitato a leggere un approssimativo piano dell'opera.

Trattasi di romanzo epistolare a due voci — Filèmone e Giò — scritto da due autori — Massimo Gramellini e Chiara Gamberale. Trattasi di un invito al viaggio alla scoperta di se stessi e... di un modo sano di vivere l'amore? Mah, non riesco a definirlo un viaggio alla scoperta dell'amore tout court.

«[...] non sei  mai riuscita a concepire un piacere al di fuori di una relazione.» (p. 133)
Di me si potrebbe quasi dire l'esatto contrario. Sono decisamente diversa dalla protagonista, da Giò, ma ciò non toglie che il libro mi abbia fornito notevoli spunti di riflessione.

«[...] smetti di chiedere agli altri l'amore che non riesci a darti da sola, altrimenti continuerai a incontrare soltanto persone che non te ne sapranno dare» (p. 22)
Appunto. A parte l'ovvietà della frase, devo ammettere che il mio problema è che non sempre mi rendo conto di quando mi voglio male.

In ogni caso, libero piacevole, positivo e pieno di speranza. Esattamente quello che ci si aspetta, tutto sommato, e con il pregio di essere sintetico perchè non si gira più di tanto intorno ai concetti, a quello che si vuole dire. Consigliato prima di andare a letto per un sonnoo tranquillo e sereno.

See you soon cyberspace cowboy.

Bibliografia e URL:
Sito di Seth Grahame-Smith: http://sethgrahamesmith.com/
Seth Grahame-Smith, La bugia di Natale. Questa potrebbe essere la più grande verità mai svelata, Terni, Multiplayer.it, 2013
Massimo Gramellini e Chiara Gamberale, Avrò cura di te, Milano, Longanesi, 2015  
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