venerdì 30 maggio 2014

The perks of being... in Cumbria: Bridge House

© National Trust (visto che, a me, la giornata di sole non è capitata)

Dopo giorni di assenza, ritorno con un post vagamente mondano, un po' culturale, uno scorcio di storia del Lake District, di Ambleside, una delle località più chic della zona, una di quelle dove si trovano anche i turisti per cui venire nel Distretto dei laghi significa comprare dell'abbigliamento sportivo all'ultimo grido e farsi coccolare in resort a 5 stelle e, magari, fare una puntata alla casa di Beatrix Potter... Che avete capito? Li invidio, almeno in parte.
 
Siamo ad Ambleside, appunto, vicino al lago Windermere, e, su di un ponte sullo Stock, si erge Bridge House, un cimelio del XVII secolo.

Il nome evocativo è, in realtà, un po' limitativo perché Bridge House sarà anche stata una casa, ma nacque come magazzino per le mele. I Braithwaite, una potente famiglia della zona, possedevano delle terre su entrambe le sponde del torrente e costruirono, quindi, inizialmente un ponte e, poi, un edificio per conservare i frutti del loro meleto. Nel tempo si è diffusa la voce che il sito specifico — un ponte, sopra un corso d'acqua — sia stato scelto al fine di non pagare le tasse per l'occupazione del suolo.

Che bella trovata! Riporta un po' alla mente tutti quei bei castelli 'scoperchiati', senza tetto, per non pagare le tasse sugli immobili chiusi. In realtà, però, non c'è alcuna prova che i Braithwaite si siano preoccupati di sfuggire al pagamento delle imposte e, vista la loro grande influenza in quel periodo, probabilmente non si curavano affatto di tali questioni. Probabile, invece, che avessero scelto un ponte per l'effetto refrigerante che l'acqua corrente, al di sotto, aveva sulla frutta. Il pavimento di Bridge House è, tra l'altro, di dura pietra e, di conseguenza, si raffredda facilmente.

Inizialmente Bridge House aveva due porte d'accesso: era possibile attraversare il ponte passando attraverso la casa. All'inizio dell'Ottocento, però, l'entrata sul retro fu murata per inserire una stufa, con necessario camino annesso.

È in questo periodo che l'edificio venne trasformato in una sala da tè. E qui c'è da chiedersi quante persone riuscissero a sedersi e bere del tè all'interno di Bridge House. Probabilmente era una sala da tè molto esclusiva o, forse, il tè veniva sì preparato all'interno, ma poi consumato esternamente.

Bridge House è, infatti, piccola piccola: composta da due minuscole stanze, su due piani. Nella stanza al piano terra (l'unica aperta al pubblico attualmente) ci si muove con una certa difficoltà in 4, in piedi... figuriamoci a stare seduti a un tavolino sorseggiando del tè!

L'interno di Bridge House
Uno dei motivi principali per cui questo edificio è così rinomato, oltre alla caratteristica struttura e posizione, è per il fatto che negli anni Quaranta del XIX secolo era occupato da una famiglia di... 8 persone! Apparentemente 8 persone, per essere precisi. Certo, l'età vittoriana era appena incominciata, e probabilmente gran parte dei membri di questa famiglia trascorrevano la giornata fuori, lavorando, per poi tornare solo a dormire, ma, a pensarci, è comunque impressionante. Come se non bastasse, il pater familias, John Rigg, usava il piano terra come proprio laboratorio e negozio: costruiva e riparava sedie impagliate.

Turista in posa e compagno che le scatta una fotografia. Tipico.

In anni più recenti Bridge House diventò una bottega di calzolai. Uno di questi, all'inizio del Novecento, usava il piano superiore come piccionaia. Durante la seconda Guerra mondiale Bridge House divenne un negozietto di antiquariato e, quindi, un ufficio informazioni e un gift shop. Ora è un edificio in cui si può entrare e dove si trova sempre qualcuno pronto a raccontarti la sua lunga, lunghissima storia.

Si tratta di una delle attrazioni più fotografate del Lake District, vista la sua unicità.  Come nell'immagine qui sopra, è la norma imbattersi in turisti che scattano fotografie su fotografie a memoria della loro visita.   

URL:

giovedì 15 maggio 2014

Omaggio a Vincenzo Malinconico


Oggi sono stata a Manchester...


In Piccadilly ho trovato un Burger King...


In omaggio a Vincenzo Malinconico, protagonista assoluto di Non avevo capito niente, mi sono presa uno Whopper perché...

«[...] devo ammettere che il Whopper è un hamburger superiore.»
(Diego De Silva, Non avevo capito niente, p. 61 della mia edizione.)

Ma quanto amo Vincenzo? E quanto mi è piaciuto Non avevo capito niente? Abbastanza da essermi strafogata, anche se è passato decisamente poco tempo dall'ultima volta che sono stata a un fast food e sarebbe stato meglio resistere ancora per un po'.

Bibliografia e URL:
Post interamente dedicato a Non avevo capito niente di Diego De Silva: http://ludo-ii.blogspot.co.uk/2014/05/diego-de-silva-non-avevo-capito-niente.html 
Diego De Silva, Non avevo capito niente, Torino, Einaudi, 2014 

martedì 13 maggio 2014

Diego De Silva, Non avevo capito niente


Cioè, l'ho adorato...
Prendete la persona più simpatica che conoscete. Poi quella più intelligente. Adesso quella più stupida e infantile. Pià generosa. Più matta. Mescolate bene. Ecco, grosso modo, il  protagonista di questo libro.
Un po' Mr Bean, un po' Holden, un po' semplicemente se stesso, Vincenzo Malinconico è un avvocato semi-disoccupato, un marito semi-divorziato, e soprattuto un grandioso, irresistibile filosofo naturale. Capace di dire cose grosse con l'aria di sparare fesserie, di parlarci di camorra come d'amore con la stessa piroettante, alogica, stralunatissima forza, Malinconico ci conquista nel più complesso dei modi: facendoci ridere.
(Dal retro della mia edizione.)

La sinossi, qui sopra, dice tutto il necessario in modo particolarmente accattivante e avrei voluto partorirla io.

Devo ringraziare, ancora una volta, Nina Pennacchi per avermi fatto conoscere Non avevo capito niente grazie a un accenno in questo post.

Vincenzo Malinconico, di professione avvocato, non particolarmente interessato al successo nel lavoro, intelligente, senza alcuna aspirazione a essere brillante, privo di stimoli che lo incoraggino a usare le proprie capacità per essere la versione migliore dell'uomo che è, sta per avere la propria esistenza sconvolta dall'arrivo di un caso che potrebbe fargli fare carriera e di un amore inaspettato...

«Malinconico ci conquista nel più complesso dei modi: facendoci ridere.»
E deve essere vero per forza, perché Vincenzo sarà anche un uomo piacente (viste le bellezze che ha per quasi-ex-moglie e interesse romantico,) colto e perspicace, ma sembra spesso rivestito da un impermeabile di mediocrità e attitudine al tirare a campare che... ti potrebbero fare cascare le braccia! In realtà, però, questo miscuglio lo rende irresistibilmente umano e il fatto che faccia ridere conquista.

Di quanto l'avvocato Malinconico e il libro mi abbiano fatta ridere avevo già accennato qui. Nella realtà gli uomini non mi devono far piangere, ma che mi facciano ridere — sarò sincera — non è una caratterisitca che mi attragga più di tanto, eppure... Eppure di Vincenzo mi sono innamorata, meglio: se fossi stata dentro al libro, me ne sarei innamorata, invece nella vita reale, con una persona come lui, mi sentirei inadeguata.
Se fossi Nives (la sua quasi-ex-moglie) non gli resisterei nemmeno io;
se fossi Alagia e Alfredo (i suoi figli) lo adorerei anch'io;
se fossi Alessandra Persiano (a sorpresa, un nuovo interesse sentimentale) neanche io riuscirei a combattere contro l'innamoramento.

Praticamente non ho detto niente, ma non c'è altro da dire. Probabilmente se riuscissi a scrivere in modo puntuale e pungente come la persona che ha scritto la sinossi di questo romanzo per Einaudi, sarei riuscita a essere più incisiva in questo post.

Esistono dei seguiti a questo romanzo, dai quali, per ora, mi tengo lontana perché ho il terrore di non trovarvi la stessa magia che mi ha soggiogata in Non avevo capito niente.

@Nina (se dovesse passare di qui) Visto che li hai letti, mi potresti lasciare qualche parola o commento su La donna di scorta e Mancarsi sempre di De Silva?   

Bibliografia e URL:
Diego De Silva, Non avevo capito niente, Torino, Einaudi, 2014
Post di Nina Pennacchi in cui si accenna a Non avevo capito niente: http://ninapennacchi.blogspot.it/2014/04/voglio-guardare.html
Post dedicato alle mie 'corse' recenti in cui parlo anche di Non avevo capito niente: http://ludo-ii.blogspot.co.uk/2014/05/condividendo-le-mie-maratone-o-quando.html  

martedì 6 maggio 2014

Condividendo... le mie maratone, o quando la realtà supera la fantasia

Non mi faccio viva da tempo, molto tempo, ma ho avuto i mie buoni motivi: una breve ma intensa permanenza in Italia e un ritorno in Inghilterra con tanto, tanto, a volte troppo, lavoro. Di seguito una carrellata, in versione ironica (tutto sommato) degli eventi salienti della mia esistenza nei giorni passati.

I miei più sinceri complimenti a chi dovesse riuscire a leggere questo post per intero, magari pure tutto in una volta.


Eh, non ho più l'età... col cavolo!
Non sono più — non lo sono mai stata, in realtà — una ragazza che può permettersi di passare le notti a folleggiare e, la mattina dopo, appare comunque fresca come una rosa, giusto con uno straccio di fondotinta e un po' di correttore, eppure... Eppure nei giorni che sono andati da giovedì 24 aprile a mercoledì 30 non sono mai andata a letto prima delle 2 o non mi sono mai alzata dopo le 4, a seconda, e tutto per colpa di un tanto agognato viaggio in Italia (a sentimental journey.)

Giovedì 24 dovevo prendere l'aereo da Manchester attorno alle 18.

Io ho fatto questo percorso a ritroso: dalla Stazione verso il Terminal
3. Per chi se lo chiedesse, la luce blu di sera non è proprio comoda
per il viaggiatore, per quanto possa dare alla galleria un'aria sofisticata.

Contando che è bene presentarsi in aeroporto almeno due ore prima della partenza, che ci si mette almeno un'ora e mezza ad arrivare alla stazione di Manchester Airport e che la sera prima, mercoledì, ero completamente sfatta dopo una dura e fredda giornata di lavoro, ho pensato bene di iniziare la giornata di giovedì alle 4 del mattino, così, giusto per avere il tempo di preparare la valigia e rassettare la casa prima di partire (ovviamente senza passare l'aspirapolvere perché i vicini dormivano.) D'accordo, io sono la classica persona che preferisce fare le cose o arrivare da qualche parte con un'ora di anticipo, anziché cinque minuti di ritardo, ma ognuno ha le sue fisse, giusto?

A casa, in Italia, nelle terre del Manzoni, per la precisione, sono arrivata dopo le 22. Ho cenato e me ne sono andata subito a letto, stremata e provata, lasciando la valigia fatta e tutto quello che mi ero portata dietro sparso sul pavimento della camera da letto. Ma era davvero la mia stanza? La mia famiglia, visto che non sono presente, tende a usarla come studiolo e mini-deposito di cianfrusaglie e qualche segno rimane anche quando viene sgomberata in occasione dei miei rimpatri.

Peccato che venerdì 25 dovessi partire di buon'ora per l'Emilia Romagna. E, quindi, via un'altra levataccia alle 4 del mattino e via a disfare la valigia e prepararne un'altra, più piccola, per una trasferta di 3 giorni e 2 notti.



Se prima vi ho accennato alla mia mania per arrivare in anticipo, è ora giunto il momento di fare outing sulla mia passione per la Feltrinelli Express di Milano Piazza IV Novembre, altrimenti conosciuta come la Feltrinelli di Milano Centrale. Ho deciso di prendermi un'ora: ho, di fatto, prenotato il treno un'ora dopo il mio arrivo alla Stazione Centrale per girarmela! Fino a qualche anno fa, quando non mi ero ancora stabilita nel Regno Unito, la mia sala preferita era quella al piano terra, dove si potevano trovare le pubblicazioni in lingua inglese (persino quelle della serie Arcane Society di Amanda Quick che faticavo a reperire anche nelle Feltrinelli International.) Ora il mio settore preferito è quello al secondo piano, dedicato alla saggistica e alla narrativa in italiano, dove posso trovare, in particolare, autori italiani a bizzeffe, abbastanza da soddisfare le mie esigenze e confortare il mio cuore. E, tanto per chiarire, confesso che nulla ha mai risvegliato in me un sentimento di nostalgia per l'Italia quanto le lunghe permanenze all'estero; è successo quando vivevo negli Stati Uniti ed è vero più che mai ora, che sono in Inghilterra, praticamente in pianta stabile.

Neanche provo a difendermi e confesso: ho speso e sparso senza ritegno, ho pure ceduto a un Leopardi da borsetta, ossia un'edizione dei Canti poco commentata e con legatura di poco pregio che potessi portarmi in Gran Bretagna e, in generale, sempre con me quando ne avessi sentito il bisogno.

L'acquisto clou, comunque, è stato Non avevo capito niente di Diego De Silva, che avevo puntato dopo aver letto questo post sul blog di Nina Pennacchi. Questo romanzo è stato un po' la mia ancora di salvezza in alcuni momenti 'critici' che ho dovuto affrontare mentre mi trovavo nel Bel Paese. Mi ha talmente esaltata che ho invaso la pagina del blog di Nina di miei commenti, alcuni penosamente sgrammaticati e con frasi senza senso, tanta era la foga di farle sapere quanto mi era piaciuto e sputare fuori tutto il mio entusiasmo.

Alla fine, però, il treno l'ho dovuto prendere e... vai, veloce come una freccia (ero su un Frecciarossa) verso Bologna e, poi, verso la Romagna per una rimpatriata di amici dell'università estremamente speciale.

Un matrimonio...
Ormai con gli amici dell'Università ci si incontra poco, siamo sparsi per l'Italia e per l'Europa e le occasioni più propizie per ritrovarsi insieme sono i matrimoni, che finiscono per essere celebrati nei luoghi più disparati.


Sul treno, ero giusto entrata in mood rilassamento, leggendo il volume 5 di Master Keaton, in cui — ma tu guarda il caso — uno degli episodi è ambientato nel Lake District, quando... ricevo una telefonata dal lavoro. Come, prego? Sono in vacanza, on the Continent (come definiscono loro ciò che non è Isole britanniche e può essere riconducibile all'Europa.) Perché mi state telefonando? Perché, inevitabilmente, contrattempi e casini sul lavoro saltano fuori quando tu puoi fare ben poco per sistemare le cose. Ho ascoltato, ho riflettuto e mi sono preparata all'idea di connettermi a internet appena arrivata in albergo per vedere se c'era qualcosa di concreto che potessi fare.

Il mio abbozzo di piano, però, è fallito miseramente: in hotel la connessione internet non funzionava, quindi mettevano a disposizione un PC nella hall, ma c'era la fila e, poi, non mi andava di lavorare così, in pubblico. Dovevo arrendermi all'idea di andare in un bar dove era anche possibile accedere al Wi-Fi. Non ho combinato granché, ma almeno ho controllato la posta elettronica e risposto ad alcune mail importanti. Alla fine me ne tornavo in albergo lieta, quanto meno, che di lì a poco avrei rivisto alcuni dei miei amici...

Diciamo in tarda serata, facciamo alle 22. Il mio stomaco aveva già incominciato a brontolare da un prezzo, ma gli amici arrivavano scaglionati su diversi treni ed era normale aspettarci tutti e poi riunirci per una cena sul tardi.











 Arrivati al dunque, se pensate che ci si sia accontentati di una pizza, vi sbagliate di grosso (e mi sbagliavo anch'io che ero sicura sarebbe andata così.) Il punto è che, vuoi che due di questi amici vivono anche loro in Inghilterra e vuoi che anche a loro manca la cucina italiana, ci siamo lasciati andare a una cena in grande stile.

Gnocchi fritti, piadine farcite, strozzapreti... Antipasti, primi, secondi, contorni (e giù con le papate al forno al rosmarino,) tutti acoompagnati da del buon vino, per poi concludere con dolci, caffè e ammazza-caffè... E per fortuna il giorno dopo ci saremmo abbuffati a un matrimonio!

Manco a dirlo, nel frattempo le ore passavano e ci siamo ritirati a notte inoltrata.

La giornata di venerdì la salutai a mezzanotte, ma io ero ancora sveglia e attiva, tant'è vero che finii per coricarmi alle 2 del mattino di sabato 26 aprile. Dopo quattro ore, alle 6, era il momento di alzarsi di nuovo: mi dovevo preparare.

Il matrimonio è andato bene e mi ha spinta anche a qualche riflessione: cosa succede quando sono tutti sposati o accompagnati tranne te in queste occasioni? A questo particolare matrimonio, del mio gruppo, eravamo solo in due completamente single e non è stato strano, ma come sarà la prossima volta? Non che mi faccia grossi problemi, ma è singolare ritrovarsi a questi eventi, chiacchierare del più e del meno, quando tutti sono in coppia o hanno una famiglia tranne te. Non che abbia granché tempo per 'preoccuparmene', per così dire (da notare le virgolette,) ma tant'è.

Quella sera, il buon senso ci avrebbe dovuto tenere tutti a stecchetto, ma ancora non siamo riusciti a trattenerci e siamo usciti per un'altra mangiata. Questa volta ci siamo limitati a condividire, in quattro, 2 pizze, olive all'ascolana, crocchette di patate, crocchette di mozzarella e patatine fritte. Quando ci penso, mi chiedo come ci siamo riusciti.

... e un funerale 
Domenica 27 incomincia con 3 cappuccini e un succo d'arancia. Dovevo mettermi in marcia piuttosto presto: c'erano diversi treni da prendere per tornare a casa.

 
Durante il viaggio di ritorno mi butto sul libro di De Silva e mi prende talmente che, a Bologna, rischio di perdere il treno per Milano perché sono seduta su una panchina, lontana dal binario, e immersa nella lettura.

Appena arrivata a casa, la mazzata: un membro della mia famiglia allargata si è spento, a 100 anni. Era decisamente nell'ordine naturale delle cose: la persona che se ne è andata aveva attraversato due guerre mondiali, visto il nuovo secolo e il nuovo millennio, vissuto crisi e riprese economiche... una vita piena che l'aveva resa una persona saggia.

Qualsiasi mio programma per quel giorno e mezzo che mi rimaneva in Italia saltava: c'erano cose importanti da fare e un funerale organizzato il più velocemente possibile — proprio perché dovevo ritornare in Inghilterra — a cui prendere parte. Il lunedì era il giorno delle esequie, il giorno dopo sarei partita.

Il ritorno... un'avventura fortunatamente a lieto fine
Martedì 29 era il giorno del mio volo per Manchester e, quindi, il giorno del ritorno in Cumbria. Tutto sommato ero fiduciosa che le cose sarebbero filate lisce e, alla stazione dell'aeroporto di Manchester, mi ero lasciata del tempo per prendere il treno, così da non dover per forza fare le corse ai controlli alla dogana. Mi ero illusa...



No, non si tratta di barboni, ma di un paio di
disperati che non sanno quando partirà
il loro volo.
Il mio volo sembrava sarebbe partito in orario, ma, poco dopo aver passato i controlli, all'altoparlante annunciano un ritardo di 6 ore! Come? Ma all'aeroporto lo sanno che, dopo le 19, è impossibile raggiungere il Lake District con dei mezzi pubblici da Manchester? Ovviamente no e, naturalmente, è il minore dei loro problemi, ma per me è un grosso guaio.
Ed è qui che Non avevo capito niente mi ha salvata: ero nella hall straripante di gente arrabiata, sconsolata, sfatta, ero seduta per terra, il sole caldo (altro che Inghilterra!) che riusciva a scovarmi ovunque grazie a delle ampie vetrate e... non riuscivo a smettere di ridere, di ridere da sola, mentre leggevo. La gente che mi stava attorno era così genuinamente stupita dalla mia allegrezza che non riusciva ad astenersi dallo sbirciare la copertina del volume che avevo in mano per cercare di capire che cosa potesse procurarmi tanta ilarità nella situazione un po' penosa in cui ci trovavamo tutti!


Mentre tenevo su il morale leggendo, pregavo che a casa riuscissero a trovarmi un albergo a Manchester in cui passare la notte, abbastanza vicino alla stazione di Piccadilly in modo da consentirmi, il giorno seguente, Mercoledì 30 aprile, di prendere il primo treno disponibile, quello delle 5:44, che potesse ricondurmi in Cumbria e, quindi, al lavoro. Perché, sì, dovevo pur tornare a lavorare.

Chi si accontenta... gode. Stravolta, la sera, sul tardi, arrivo a Manchester Airport, prendo il primo treno che parte per Manchester Piccadilly e arrivo in stazione quando è già buio, senza sapere esattamente dove devo andare perché di Manchester conosco solo le stazioni ferroviarie.

Per fortuna l'albergo in cui ho una stanza prenotata a un prezzo eccezionalmente modico è davvero vicino e, seppure con qualche tentennamento, riesco a raggiungerlo in meno di dieci minuti, basandomi sulle mappe della città che sono poste sul viale fuori dalla stazione.

Ho appena accennato a un prezzo contenuto per la stanza, giusto? Appena entrata, capisco immediatamente il perché: la camera era senza finestre, interna, ma questo mi disturbava poco, erano altre cose a sorprendermi. Le luci erano estremamente fievoli e c'erano così poche prese della corrente che, per far ricaricare i cellulari o usare il bollitore, dovevo per forza rinunciare a una lampada, piombando ancora di più nella penombra. Altra caratteristica degna di nota era il letto piuttosto corto, tant'è vero che capitava che i piedi spuntassero dal fondo. In compenso avevano investito su altre cose: un buon sapone per le mani, un bel doccia-schiuma, una penna bella grossa e un blocchetto per appunti con delle belle stampe che chiedevano di essere portati via la mattina dopo (che per me era iniziata alle 4.)

Siamo quasi giunti alla fine. Mercoledì 30 aprile, di buon'ora, partivo alla volta di Oxenholme, praticamente la stazione di ingresso al Lake District, dove speravo vivamente di trovare un taxi, ma non ci riuscivo, nonostante provassi e riprovassi a telefonare a varie compagnie. Il tempo stava passando, erano le 7 passate. Dovevo proseguire in treno fino a Kendal, che mi avvicinava alla stazione degli autobus e al lavoro, ma era così tardi. Non mi restava che correre... Iniziavo la mia giornata di lavoro puntuale, ma già distrutta!

Siamo al 6 maggio. Ho recuperato, soprattutto ore di sonno, ma vorrei tanto avere due giorni consecutivi di riposo assoluto, lusso che non riuscirò a concedermi fino alla prossima settimana purtroppo.

Se siete giunti alla fine di questo post e avete sopportato, con buona grazia, errori e sgrammaticature, congratulazioni.     

URL:
Post in cui Nina Pennacchi accenna a Non avevo capito niente di Diego De Silva: http://ninapennacchi.blogspot.it/2014/04/voglio-guardare.html 
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