domenica 23 marzo 2014

True detective e The King in yellow

Vi è capitato di vedere True detective?


Produzione tutta nuova, già conclusa, andata in onda sulla HBO tra gennaio e marzo di quest'anno, True detective è una serie investigativa che usa l'espediente dell'indagine per parlare di tutto il resto, dell'esistenza. Seguiamo le vite dei poliziotti Rust Cohle (Mattew McConaughey) e Martin Hart (Woody Harrelson) che si incrociano, durante un periodo di diciassette anni, nella caccia a un serial killer.



Mini-serie in 8 puntate, nelle prime quattro l'azione si svolge su due piani narrativi: il 1995, in cui Rust e Martin si mettono sulle tracce di un omicida seriale ed elusivo, e il 2012, quando li reincontriamo in un distretto di polizia, cambiati entrambi, soprattutto Martin, convocati da due poliziotti sulle tracce di un serial killer... probabilmente lo stesso del 1995. Ma c'è qualcosa che non quadra: Martin e Rust sembrano subire dei veri propri interrogatori... che cosa pensa la polizia? Nella quinta puntata si fa un salto nel 2002 e, poi, via nel 2012, verso la conclusione e le rivelazioni finali.

Il punto forte di questo telefilm è che scoprire chi è l'omicida è sì importante, ma nemmeno fondamentale: è molto più interessante vedere come si dispiegano le esistenze di Cohle e Hart, quali sono i loro approcci alla professione, alla vita privata e al resto dell'esistenza; è decisamente più intrigante lasciarsi incantare, forse con disincanto, dal modo in cui è stata ritratta la provincia del profondo sud statunitense; affogare nello squallore e nel cinismo per poi... riuscirne?

Probabilmente il personaggio più intrigante è Rust Cohle, interpretato da un bravissimo Matthew McConaughey fresco di Oscar. Lo incontriamo cinico e pessimista negli anni Novanta, scopriamo che è stato segnato da un passato tragico e veniamo a conoscenza della 'pesante' eredità che si porta dietro da una precedente esperienza in polizia. Dal 1995 (sopra, a sinistra) al 2012 (sopra, a destra) la sua trasformazione fisica — e non solo — è evidente e inquietante. Che cosa gli sarà successo? Filosofeggiante, le risposte che trova alle domande che si pone, o che gli vengono poste, denotano un profondo scetticismo. Intelligente, brillante, ossessionato nel lavoro, ci sembra più digeribile vederlo come un personaggio enigmatico che non per quello che potrebbe essere...

Citazioni dotte
E quindi uscimmo a riveder le stelle (Dante, Inferno, canto XXXIV, ultimo verso)


Esatto: Dante. True detective finisce esattamente come finisce l'Inferno dantesco. Non è un vero spoiler, è più che altro una citazione dotta. Immagino che se ne siano accorti tutti coloro che hanno visto il telefilm e conoscano Dante, tranne me, ovviamente! Me ne sono resa conto solo dopo aver visto il video (questo un po' a rischio spoiler,) qui sopra, sul canale La tana di Lelle... ma dove avrò la testa?

Altra citazione dotta è quella all'autore Robert W. Chambers e alla sua raccolta di racconti The King in yellow (1895.)

Nella serie della HBO si sentono nominare uno Yellow King e una Carcosa che troviamo, originariamente, nei primi quattro racconti della raccolta di Chambers.

The king in yellow è sì il titolo generale dell'opera di Chambers, ma anche un testo teatrale citato nei racconti che aprono la raccolta: The repairer of reputations, The mask, In the court of the dragon e The yellow sign. La particolarità di questo testo, che — ripeto — viene solo nominato e del quale si citano dei brevi passi, è quello di contenere delle verità talmente sconvolgenti sulla natura dell'uomo e del cosmo che chiunque lo legga finisce per perdere la ragione.

Già da questo chi ha visto True detective potrebbe incominciare a tracciare dei parallelismi. Credo che The repairer of reputations e The yellow sign siano i racconti da cui il telefilm ha ripreso più suggestioni. Il mio racconto preferito è The mask, il cui titolo è molto più ingannevole di quello che sembra. Ambientato a Parigi, dove Chambers aveva studiato arte, mi ha ricordato moltissimo Il canto dell'amore trionfante di Turgenev che, guarda caso, dopo essere stato in Francia ed essere entrato in contatto con la letteratura francese, dedicò il proprio racconto a Flaubert (stilisticamente ne è un chiaro omaggio.) Ma sto divagando imperdonabilmente...


Tanto per cambiare al collegamento True detective-The yellow King-The King in yellow non ci sono arrivata da sola: l'ho scoperto guardando il video di Whitney Lee Milam, qui sopra. Grazie alla serie televisiva quest'opera un po' dimenticata, che ha ispirato anche Lovecraft, è stata recuperata e riportata alla gloria. Qualche settimana fa il libro di Chambers è risultato tra i più venduti negli Stati Uniti. Nel mio piccolo, nel piccolo della realtà inglese, se quando ho iniziato a vedere True detective l'opera di Chambers si trovava in una sola filiale Waterstone's tra la Cumbria e il Lancashire, ben presto si è resa disponibile anche nel negozio vicino a dove abito io.

Indipendentemente dalla connessione con True detective, che me l'ha fatto scoprire, cercare e leggere, The king in yellow è una bella raccolta di racconti, che non si limitano al mystery e l'horror, ma trattano anche il soprannaturale, il romanticismo e toccano la fantascienza (alcuni sono ambientati in un futuro poco lontano da quello in cui viveva l'autore.) Leggendoli mi sono come fatta l'idea che un Chambers brillante e colto, che aveva beneficiato di un'educazione umanistica tra il vecchio e il nuovo continente, abbia deciso di mettere per iscritto, in forma artistica, come racconti tutto quello che aveva assorbito nei suoi anni di studio ed esplorazione. 

Bibliografia e URL:
True detective sul sito della HBO: http://www.hbo.com/true-detective#/
Video dedicato a True detective sul canale La tana di Lelle:  http://www.youtube.com/watch?v=e7ry0zDR3AA
Canale La tana di Lelle: https://www.youtube.com/user/LelleTuber 
Robert W. Chambers, The King in yellow, Ware, Wordsworth Editions, 2010
The King in yellow è disponbile gratuitamente su internet, ad esempio su Project Gutenberg: http://www.gutenberg.org/ebooks/8492
Video di Whitney Lee Milam in cui si parla di The King in yellow: https://www.youtube.com/watch?v=I6FpspUYnJY 

giovedì 13 marzo 2014

Io INTJ e tu?

Dove INTJ sta per Introvert iNtuitive Thinking Judging nei tipi Myers-Briggs dei test sulla personalità. 

Il Myers-Briggs Type Indicator è — per essere il più brevi e semplici possibili — una valutazione sulla personalità e il modo in cui un soggetto interagisce con le altre persone e il mondo esterno. Cliccando sul link sopra accederete al sito ufficiale che è l'unico che offre la possibilità di sottoporsi a test autentici.

Esistono, tuttavia, altri test sulla personalità derivati e che riprendono il metodo Myers-Briggs. Il migliore che ho trovato, in lingua inglese, è lo Human-Metrics Test, al quale ci si può sottoporre nell'immediato e, soprattutto, gratuitamente.

Mi capita di rifare questo test, a intervalli irregolari, soprattutto per misurare i miei livelli di introversione, visto che, per quanto sia convinta ogni volta di essere sincera nel rispondere alle domande, a seconda del periodo e dell'umore in cui mi trovo il mio modo di essere e agire subisce delle leggere alterazioni. Non che il mio profilo INTJ muti, ma le percentuali di ciascuna componente cambiano.

L'ultima volta che mi sono sottoposta a questo esame ho ottenuto i seguenti risultati:
 
Introvert(100%)  iNtuitive(12%)  Thinking(1%)  Judging(22%)
  • You have strong preference of Introversion over Extraversion (100%)
  • You have slight preference of Intuition over Sensing (12%)
  • You have marginal or no preference of Thinking over Feeling (1%)
  • You have slight preference of Judging over Perceiving (22%)

Woah, è la prima volta che raggiungo quota 100 in introversione! Anche se, sì, sono molto introversa. Ma, in soldoni, cosa stanno a significare i dati qui sopra?
Da introversa, ho bisogno di momenti di solitudine per ricaricarmi, passo parecchio tempo nella mia testa, mi sento perfettamente a mio agio negli ambienti in cui sono sottoposta a pochi stimoli. Sono anche il tipo di persona che non riesce a chiacchierare del più e del meno con chi non conosco; paradossalmente, per rompere il ghiaccio, mi è più facile intavolare un discorso su argomenti meno informali e più seri. A una festa dove non conosco la maggior parte degli invitati, non mi troverete al centro della sala a fare nuove conoscenze, ma ai lati a relazionarmi con una persona alla volta...
La mia leggera propensione all'intuizione sulla percezione, sta a significare che sono leggermente più portata all'analisi che non a fare affidamento sui miei sensi.
Sono marginalmente più portata a basarmi sulla logica nel prendere le decisioni che non su quello che sento, i miei sentimenti.
E, infine, sono leggermente più propensa ad avere delle opinioni precise e a non cambiare idea sulle cose anziché a essere in grado di percepire la natura multisfaccettata delle cose e ad accettare la coesistenza di diversi aspetti nella loro essenza.

Ovviamente un INTJ è  molto più di questo e, alla fine del test, a seconda del vostro tipo, potrete accedere a un profilo più dettagliato. Per approfondire ulteriormente, una volta ottenuto il vostro risultato, potete dare un'occhiata anche qui (andate in fondo alla pagina.)

Dopo una rapidissima ricerca via internet, ho trovato le seguenti due alternative in italiano di test Myers-Briggs (però non li ho fatti,) nel caso qualcuno volesse provarli:
http://www.lastessamedaglia.it/2011/04/test/
http://www.personality-tests.info/it/test.php

E voi che tipi siete?

Se siete introversi, come me, e avete voglia di scoprire qualcosa di più su di voi, di recente è stato pubblicato da Einaudi un bel libro divulgativo, ma non per questo superficiale: Quiet. Il potere degli introversi in un mondo che non sa smettere di parlare di Susan Cain. Lo lessi tempo fa in inglese e qui sotto potete trovare le mie considerazioni.

Se passate di qui e conoscete dei libri interessanti su introversione ed estroversione, lasciatemi i titoli.


Susan Cain, Quiet. The power of introvers in a World that can't stop talking


Universo introverso
L'essere introverso o l'essere estroverso è un aspetto fondamentale della personalità di ognuno di noi, definisce molto di quello che siamo. Almeno un terzo di noi è composto da introversi, ma il mondo, soprattutto quello occidentale, sembra essere nelle mani degli estroversi e gli introversi si sentono spesso in colpa per come sono. In questo libro Susan Cain spiega come funzionano estroversi e introversi a livello chimico, quanto sono differenti e come la società tenda — sbagliando — a sottovalutare i secondi a favore dei primi. L'autrice fornisce agli introversi una serie di strumenti per capirsi meglio e suggerisce come sfruttare le proprie potenzialità, prendendo a esempio delle persone reali e le loro storie.

Essendo un'introversa, sono stata subito atratta da questa pubblicazione e credo che possa risultare una lettura illuminante, sorprendente, incoraggiante o anche solo piacevole per tutti gli introversi e potrebbe anche soddisfare qualche curiosità degli estroversi. Ho apprezzato questo libro e il modo di scrivere della Cain, ma credo che sia utile spendere qualche parola sul contesto in cui è nato e si è sviluppato per rendersi bene conto di quello che si andrà a leggere. L'autrice è americana e guarda al mondo statunitense quando scrive, che può essere molto diverso da quello europeo, così come da quello italiano.

Tanto per incominciare negli Stati Uniti non si portano sulle spalle da generazioni l'eredità illuminista che, invece, ha avuto una grande influenza sugli europei per i quali, per esempio, il valore dell'individuo, come singolo, non è sempre stato dato moralmente per scontato. Quando la Cain, quindi, mette in discusssione il forte individualismo presente nella società in cui vive, contrapponendolo al grande senso di appartenenza alla comunità che si ha in alcune culture orienali, per cui l'individuo è pronto a sacrificarsi per il bene del gruppo, non ho potuto fare a meno di riflettere sul contesto in cui sono inserita io. Personalmente, credo nell'importanza del singolo indipendentemente dal gruppo di cui è parte: purché non si cada nell'egoismo gratuito ed esclusivo, credo nel'individualismo.

Altra cosa da tener presente è che in Europa, ci sono paesi in cui gli introversi perseguono il loro modo di essere più facilmente di quanto accade negli Stati Uniti. Sono la prima a pensare che sia meno vero per l'Italia, ma ho letto la recensione a questo libro di un inglese che sosteneva che nel Regno Unito introversi ed estroversi sono, tutto sommato, ben bilanciati e il senso di contrasto è minore; il che signifa anche che molti introversi possono permettersi di non nascondersi o di non fare gli pseudo-estroversi.

Consigliato a tutti gli introversi italiani, davvero, per incoraggiamento e, poi, è mai possibile che si sia così pochi? Credo che in molti si riconosceranno in diverse delle situazioni descritte in questa pubblicazione e ciò non potrà che avere un effetto positivo sulla percezione che hanno di loro stessi.

Bibliografia e URL:
Sito del Myers-Briggs Type Indicator: https://www.cpp.com/products/mbti/index.aspx
Pagina in cui ci si può sottoporre allo Human-Metrics Test: http://www.humanmetrics.com/cgi-win/JTypes2.asp
Personality types: http://www.personalitypage.com/html/relationships.html
Due test del tipo Myers-Briggs in italiano: http://www.lastessamedaglia.it/2011/04/test/ e http://www.personality-tests.info/it/test.php
Susan Cain, Quiet. The power of introverts in a World that can't stop talking, London, Viking-Penguin, 2012 

martedì 4 marzo 2014

Letture recenti

Amanda Stevens, The kingdom e The propeht


Di recente ho terminato gli ultimi due volumi pubblicati della serie The graveyard Queen. Quella che doveva essere una trilogia, si trasformerà probabilmente in qualcosa di più ampio: il quarto libro è in lavorazione da un po', ma l'autrice Amanda Stevens, a causa di gravi problemi personali, ha rallentato i ritmi di scrittura, quindi il futuro de La signora dei cimiteri è un po' nebuloso al momento.

Entrambi i romanzi mi sono piaciuti molto per il solito stile di scrittura introspettivo che caratterizza la serie e di cui avevo già accennato nel post in cui parlavo di The restorer, qui.

In The kingdom, la protagonista, Amelia Gray, lascia Charleston per un lavoro di restauro nel cimitero di Asher Falls. Un paese quanto mai isolato e misterioso, fortemente legato a un passato che è stato sepolto, sì in senso figurato, ma anche quasi fisico, visto che parte delle abitazioni e il precedente cimitero pubblico sono stati ricoperti dalle acque anni prima. Qui Amelia conoscerò Thane Asher e il resto della sua famiglia, insieme all'enigmatica Luna Kemper e un carosello di altri personaggi, tutti con dei segreti da nascondere.

Questo è un libro importante nella serie perché Amelia farà finalmente luce sul suo passato che le è stato sempre tenuto nascosto, in parte perché adottata, in parte a causa di due genitori sempre un po' distanti nei suoi confronti. La Stevens sfrutta appieno l'ambientazione in luogo circoscritto, calcando la mano con il soprannaturale: lo stato di isolamento le permette di essere più generosa con le dosi di paranormale e di eventuali fantasmi interiori, senza mai cadere nell'assurdità e strizzando l'occhio alla tradizione. Libri dome Il giro di vite e Il signore delle mosche — senza parlare, poi, della realtà stessa — sono illustri esempi di quello che può succedere a una comunità chiusa e sola. Se Asher Falls vi ricorda qualcosa, probabilmente si tratta del titolo di un racconto di Poe, The fall of the house of Ushers (La caduta della casa degli Usher), di cui The kingdom è, in minima parte, un consapevole omaggio.

The prophet avrebbe dovuto concludere quella che inizialmente era stata concepita come una trilogia, ma già al momento della stesura, le possibilità che la serie si ampliasse dovevano essere nell'aria. Il finale, infatti, è chiuso quanto basta per non far prudere le mani al lettore, ma lascia aperte le possibilità di un seguito.

In questo romanzo Amelia si trova di nuovo a Charleston, dove aveva lasciato John Devlin, con tutti i suoi problemi e i suoi fantasmi. Questo libro segna una svolta importante per la protagonista, che decide di non escludere tutti i fantasmi dalla propria esistenza: se alcuni sono pericolosi perché desiderano ritornare nel mondo dei vivi e, per rimanerci, succhiano la forza vitale degli umani a cui riescono a legarsi, altri hanno bisogno di aiuto per riuscire a entrare nel mondo dei morti, aiuto che solo persone come Amelia possono dare loro. Questo è un romanzo delle rivelazioni, tanti dei segreti riguardanti Devlin e il rapporto con la moglie e la figlia sono finalmente svelati, anche gli altri personaggi, vecchie e nuove conoscenze di Amelia, finiranno per mostrare il loro vero volto.

Robert Nathan, Portrait of Jennie
Questa è stata un po' la lettura rivelazione della pila. Si tratta di un romanzo breve, pubblicato nel 1940, dello scrittore americano Robert Nathan, che concentrò la propria produzione letteraria durante la Depressione e attraverso la Seconda guerra mondiale, un periodo difficile.


Ho amato Portrait of Jennie. Mi è piaciuto talmente tanto che, nonostante sia davvero corto, dopo averlo terminato in poche ore, non sono più riiuscita a leggere alcunché per il resto della giornata!

In breve, è la storia di un artista, Eben Adams, che si trova in un momento particolarmente difficile: è privo di ispirazione. Le cose cambiano quando, mentre passeggia nel parco, incontra Jennie, una bambina che gioca da sola. Da allora ricomincia, piano piano, a disegnare e a dipingere. Ogni volta che si imbatte in Jennie, il corso della sua vita cambia per il meglio, così come trova cambiata la donna, inspiegabilmene più grande, da bambina si trasforma in un'adulta in pochi incontri ravvicinati, e finisce per innamorarsene.

Romanzo caratterizzato da una scrittura lirica, è nostalgico e malinconico, eppure ti lascia anche con una bella sensazione addosso, una volta terminato. La vicenda si svolge su piani temporali diversi, che si confondono e si fondono e, probabilmente, proprio per far credere al lettore che la fusione tra piani temporali sia possibile, Nathan usa alla fine un trucchetto paratestuale (o dal sapore paratestuale.)

Where I come from
Nobody knows;
And where I'm going
Everything goes.
The wind blows
The sea flows—
And nobody knows.

A parte scrivere questa citazione, che è una poesia chiave per tutto il romanzo, non mi sento di aggiungere altro per quanto riguarda la trama perché è davvero corto.

Da questo libro fu tratto un film, con titolo omonimo, nel 1948. Il produttore era David O. Selznick, lo stesso di Via col vento, che rimase talmente colpito dalla storia di Nathan da volerla assolutamente importare su pellicola. Come protagonista femminile scelse l'attrice premio Oscar Jennifer Jones, di cui era innamorato e che avrebbe di lì a poco sposato. La pellicola cinematografica è piuttosto diversa dal romanzo. Rimane, però, un film estremamente piacevole e con dei bellissimi dialoghi riadattati abilmente dai discorsi indiretti del libro.

Carlo Dossi, La desinenza in A
Ho un debole per la letteratura itliana post-unitaria o del secondo Ottocento, per non usare etichette e definizioni troppo nette. 

La desinenza in A di Carlo Dossi, pubblicato nel 1878, è un esempio piuttosto particolare di narrativa italiana. Concepito inizialmente come un romanzo, Dossi si rese presto conto di non essere in grado di scrivere qualcosa di così strutturalmente complesso e La desinenza in A si trasformò in una raccolta di scenette o di «ritratti donneschi», come lui stesso li definì.

Dossi non è un narratore eccezionalmente dotato, ma, se nei racconti riesce per lo meno a narrare una storia, in questo libro, nato storto, l'incoerenza narrativa regna sovrana. Per me rimane, tuttavia, una perla perché introduce in quegli ambienti milanesi e salotti altolocati che di solito non si incontrano nella letteratura italiana che si studia a scuola. Allo stesso tempo, ci vengono concesse delle sbirciatine all'ambiente urbano dell'epoca e scopriamo caratteristiche della città, di Milano in particolare, che probabilmente ormai nessuno si ricorda più.

La lettura mi ha, quindi, ampiamente ripagata, nonostante la scarsa originalità e i personaggi stereotipati e a prescindere dall'acidità — che sfiora la misoginia — con cui è descritta la figura della donna, che temevo mi avrebbe scoraggiata, ma che, invece, non mi è pesata durante la lettura.

Dossi è, poi, bravissimo a usare la lingua italiana della nuova nazione, pur senza rinunciare ai vocaboli di propria invenzione e all'utilizzo delle espressioni dialettali o regionali per dare colore e sapore alla narrazione (e, anche qui, il libro è una sorta di forziere contenente tesori perduti.)

Forse questo libro può essere considerato grande, nonostante i suoi difetti, per la stilistica e la prosodia: la prosa squisitamente letteraria del Dossi rimane un po' un unicum nella letteratura italiana e, per quanto si trasformi fin troppo spesso in puro esercizio di stile, colpisce anche alla prima scorsa, per cui è impossibile non intuire, quantomeno, la complessità della struttura dei periodi. 

Bibliografia e URL:
Sito dell'autrice Amanda Stevens: http://amandastevens.com/
Amanda Stevens, The kingdom, Don Mills, Mira, 2012
Amanda Stevens, The prophet, Don Mills, Mira, 2012
Post in cui scrivo di The restorerhttp://www.ludo-ii.blogspot.co.uk/2014/02/le-mie-illusioni-perdute-e-i-libri-del.html 
Robert Nathan, Portrait of Jennie, New York, Buccaneer Books, [1981?]
Carolo Dossi, La desinenza in A, Milano, Garzanti, 2009
Pagina dedicata a Carlo Dossi su LiberLiber in cui si può scaricare una versione gratuita, in vari formati, de La desinenza in A: http://www.liberliber.it/libri/d/dossi/index.php  
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